Alex Schwazer ed i mediocri.


Alex Sckwarz e i mediocri.

Ci entusiasmano le vittorie, le nostre, prima di tutto, e ci deprimono le sconfitte, le nostre, prima di tutto.

Lo sappiamo: nello studio, al lavoro, nello sport, in famiglia, nella società, non si riesce sempre a vincere, ad emergere, ad essere il numero 1, neanche ad un livello “basico” diciamo, quello familiare, del condominio, del quartiere, del proprio ambito socio-lavorativo… figurarsi correre per salire il podio alle Olimpiadi!

Semplicemente, perché farlo?
Da dove nasce la necessità di essere vincenti?

Puf, mille risposte al quesito, affettive, economiche, educative, biologiche,,,
Ma la risposta che potrebbe essere veramente interessante è: esiste qualcuno (e chi, come, perché…) che è FELICE per il solo fatto di essere mediocre, normale, magari anche leggermente sfigato?!
Preferiremmo essere il più sfigato di tutti? Sarebbe anche questa una corsa all’eccesso, a sfidare il limite, ad esagerare, a voler mettersi in mostra?

L’invisibilità è forse la condanna più atroce, alla non vita, peggio, alla vita senza senso.

Credo qui sia l’inganno di fondo: confondere l’invisibilità con la mediocrità (benigna).

La mediocrità: il dato di non interessare che a poche persone attente, riuscire a tirare avanti, a crescere una famiglia, ovviamente anch’essa mediocre ed imperfetta, stringendo duri compromessi tra i desiderata, le scelte etiche e le quattro cose possibili, anche a costo di duri sacrifici.
Ebbene, questa mediocrità benigna si distingue e oppone a quella, maligna, delle non scelte, dei non sacrifici, delle scorciatoie, dei patti clandestini all’oscuro della coscienza, addormentata o addomesticata.
Questa mediocrità benigna è l’essenza stessa della nostra umanità.

Logico che ci è facile, utile e caro sognare, magari associando i nostri sentimenti di appartenenza, di bandiera, a qualche speranza di vittoria in più. Una volontà di riscatto, quantomeno collettivo, alle nostre piccole vittorie un po’ meschine, senza titoli sui giornali, di piccola quota: il titolo di studio preso senza barare; il posto di lavoro senza essere raccomandati e la promozione sudata senza fare le scarpe al collega; la propria fedeltà di coppia quando i fermenti ormonali lo richiedono, e al progetto sognato tanti anni addietro, quando tutto era più facile; l’offerta del meglio ai propri figli (del meglio possibile per noi, si noti bene, dove il “per noi” sta ad indicare “per noi mediocri” e “non si sa poi loro come lo giudicheranno…”) in termini di offerta formativa, educativa, affettiva; lottare e/o venire a patti coi dolori e col vedere invecchiare questo misero corpo, che tanto non ci piaceva poi già da prima; riuscire anche a perdere tempo in qualche dimensione sociale o politica, rosi dal tarlo se è vero che serve alla società o poi in fondo solo a noi per non stare in casa tutto il tempo…

Ecco perché è legittimo arrabbiarsi ed indignarsi con Schwazer, e con tutti coloro che, così in alto sui podi della comunicazione mediatica e sospinti ancor più su dalla comune bella ammirazione (l’ammirazione del bello, quella che i Greci ben esprimevano col concetto secondo cui “il bello è anche buono”), talvolta capita sembrano volerci spingere in giù, cadendo loro coi nostri sospiri, le nostre volontà di riscatto, le nostre ambizioni frustrate ma sublimate.

Non ci importa come mai loro sì sono famosi e noi no, ci importa non cadano. Ci è funzionale.

Ecco perché è necessario comprenderli, per amarli, non per imitarli, perché in fondo hanno sbagliato come spesso anche a noi mediocri succede. E tirare avanti, né troppo depressi né troppo entusiasti, perché in fondo la vita è questa qua: tutto sta nel non smarrirne il senso, e vivere ed amare, perDio, restano un senso meraviglioso.

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3 thoughts on “Alex Schwazer ed i mediocri.

  1. Sono sincera. A me la mediocrità non piace mai. Neppure quella benigna, anche se ho capito benissimo quello che vuoi dire e – nel mio piccolo come la maggioranza delle persone – anch’io faccio parte dei mediocri. Ancora in tutta sincerità, a nessuno di noi piace essere invisibile ma tendiamo in tutto e per tutto a ricevere attenzioni, almeno da chi ci interessa. Non parlo di egocentrismo spicciolo chè quello è solo effimero. E comunque sì: c’è parte dell’opinione pubblica che non capisce come mai Schwazer ha deciso (in modo folle, usando l’epo) di tornare nell’anonimato, una condizione che per tutti è pari ad un inferno

    • Ciao Monia,
      grazie per la tua replica.
      Forse ti è sfuggita la differenza, non grossolana, l’ammetto, tra invisibilità e mediocrità benigna, ma è un concetto da “saggio” [=vecchio? 😉 ], di quella saggezza che si cristallizza passando ahimè attraverso prove e dolori.
      Forse Schwazer ha trovato come unicamente tollerabile di sfuggire ai riflettori, per ricominciare a costruirsi una vita da mediocre, o, come dice in una sua canzone il Liga, una “vita da mediano”.
      La solitudine in vetta non è tollerable, per nessuno (ti assicuro, non parlo a sproposito).
      La vicinanza poi di tanti venditori ambulanti, sanguisughe, opportunisti, “veri amici”, benefattori a ore, finti maestri e quanto di peggio si aggrega e si abbarbica sul lucido metallo delle medaglie, così come delle scrivanie o dei pulpiti, non fa che appesantire il carico di chi ha già cmq il proprio fardello da portare.
      Una mia cara amica un giorno mi disse: “Non c’è peggior cosa dell’invidia del bene”.
      Mi aprì gli occhi, e non ho ancora finito di vomitare.
      Ora sto cercando di ridarmi la possibilità di credere ancora al prossimo, più prudente, ma anche meno “puro”.
      In alto, come per effetto fisico (hai presente il fenomeno dell’accumulo delle cariche sulle punte?), si accumulano grandi tensioni, invidie, spinte: credo sia molto umano non riuscire a sopportarle.
      Lo so, x una 20/30enne può essere difficile da capire, a questa età tutto sembra possibile…
      Un saluto affettuoso.

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